Risposta a: "Sperimentazione animale: una scelta difficile"

Nel numero 5 di settembre 2003 della rivista ufficiale dell'AISM - "SM" - è stato pubblicato un articolo "Sperimentazione animale: una scelta difficile". Non ci è possibile riprodurlo qui per farvelo leggere, perché l'AISM ci ha negato il permesso di farlo. Se volete stamparvi le varie pagine direttamente dal sito dell'AISM, eccolo:
http://www.aism.it/includes/homepage/home_core_10402.asp?cat=10402&id=1086

Qui trovate comunque gli estratti dei punti più salienti, assieme alla nostra risposta. Iniziamo col dire che ci fa piacere che la nostra campagna sia riuscita a far parlare di questo argomento - finora taciuto - le varie associazioni per la ricerca che finanziano test su animali. E' gia' un primo risultato.

L'articolo dell'AISM inizia citando una recente dichiarazione della dott.ssa Rita Levi Montalcini, che da decenni effettua test su animali, la quale afferma che "La sperimentazione su animali di affezione ed altri, laddove non sia possibile escluderla, deve essere sottoposta al più severo controllo tramite metodologie che evitino ogni forma di sofferenza". L'articolo le trova parole "molto equilibrate" e infatti sono talmente equilibrate da risultare vuote, dato che affermano che quando lo si ritenga necessario gli animali possono essere usati, il che è esattamente quel che oggi avviene. L'uso o meno di animali è a discrezione dello sperimentatore, e nessuno andrà mai a contestare il suo "diritto" a farlo, né altri ricercatori, né l'Istituto Superiore di Sanità, né il Ministero della Salute.

Riguardo all'evitare la sofferenza questo è intrinsecamente impossibile, ed infatti non avviene, ma ne discuteremo in dettaglio più oltre.

L'articolo di AISM riporta poi la dichiarazione di Francesca Pasinelli, direttore scientifico di Telethon:

"Per capire i meccanismi di una malattia lo studio sugli animali è l'unica strada possibile, per questo noi come Associazione finanziamo molti progetti che prevedono l'impiego di questa sperimentazione".

Ma, ribattiamo, a cosa ci serve studiare il meccanismo di una malattia che NON è quella umana, perché è su una specie diversa, e non è nemmeno la stessa malattia, perché non nasce in modo spontaneo, ma ne vengono semplicemente indotti i sintomi in modo artificiale? Quindi, si studiano sintomi simili, in una specie diversa, e non si studia il meccanismo con cui la malattia si sviluppa.

L'articolo prosegue con il contributo del dott. Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Farmacologico Mario Negri di Milano e noto sostenitore della sperimentazione animale.

"Che gli animali siano diversi dall'uomo non è ovviamente in discussione. Il fatto interessante, invece, è che per alcuni aspetti sono a noi simili. Si tratta perciò di capire a fondo differenze e somiglianze per poter utilizzare i risultati ottenuti nell'animale a beneficio dell'uomo e degli animali stessi".

Ma come si fa a conoscere in quali aspetti quale specie è a noi simile? Semplice, lo si sa dolo DOPO che un risultato ottenuto sull'animale è stato provato sull'uomo. Ma a che serve, allora, se lo sappiamo dopo? E, attenzione: non è vero che se una data specie si è dimostrata simile all'uomo per un dato aspetto lo sia anche per gli altri aspetti! Certo, è molto facile trovare quale sia la specie simile all'uomo, a posteriori: se per il coniglio l'amanita phalloydes è innocua, non sarà quella la specie per cui la reazione a questo fungo simile all'uomo, ma magari invece è proprio quella la specie che è più simile all'uomo per la cancerogenicità di una data sostanza. Ma non di un'altra. Ma tutto questo lo so solo a posteriori. E dunque, a che serve?

Dato che per il criceto la diossina è innocua e per il porcellino d'India è molto tossica, cosa possiamo concludere per l'uomo? Se studiando 86 sostanze chimiche su topi e ratti, di cui 43 probabili cancerogeni per l'uomo, viene evidenziato che solo il 40% dei cancerogeni era tale per entrambe le specie[1], cosa potremo dire, che l'uomo assomiglia di più al ratto o al topo? Per una data sostanza sarà simile al topo, per un'altra al ratto, ma lo sapremo solo DOPO! Lo sapremo dopo perfino tra topo e ratto!

Quindi, parlare di similitudine o meno non ha significato, perché questa similitudine sarà nota solo a posteriori, ed è questo l'errore di fondo compiuto da chi esegue studi su animali.

Proseguendo nell'articolo, troviamo l'opinione di Giuseppe Novelli, genetista dell'Università di Roma Tor Vergata:

"Anche la sperimentazione cosiddetta in vitro non permette di arrivare a valutare in pieno l'efficacia dei trattamenti. Questa tecnica, infatti, non fa capire come possa interagire un determinato farmaco o uno specifico meccanismo molecolare all'interno di un organismo complesso...."

Certamente la sperimentazione in vitro non simula un organismo complesso, ma nemmeno un topo simula un organismo umano: un topo non può essere un modello per un uomo, per il semplice fatto che un modello è qualcosa che semplifica l'oggetto sotto studio mettendo in luce solo alcuni aspetti, che devono essere uguali a quelli dell'oggetto studiato. Invece, un organismo di un altro animale è altrettanto complesso, ma è diverso da quello umano! La sperimentazione in vitro dà risultati parziali, ma certi, perché si studiano cellule, tessuti, organi della specie in esame, mentre risultati più completi ma di cui non si sa a priori se possano essere validi o meno sono decisamente poco utili, quando non fuorvianti. Senza contare che con i test in vitro si possono usare cellule e tessuti di diverse parti del corpo umano, ottenendo così risultati più completi.

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L'articolo continua parlando del trattamento riservato agli animali:

L'obiettivo è non solo di evitare trattamenti inutilmente crudeli, ma anche di garantire al massimo il benessere degli animali impiegati dai laboratori.

Anche la questione della sofferenza degli animali è sempre trattata in modo molto mistificatorio: non si dice mai che gli animali soffrono, sono prigionieri, vengono fatti ammalare di varie malattie e vengono poi sottoposti a trattamenti farmacologici che possono essere letali o dare gravi e dolorosi effetti collaterali. Non lo si ammette. Ma è la realtà, è palese che gli animali fatti ammalare di cancro, di qualcosa che ha gli stessi sintomi della sclerosi multilpla, o di qualsiasi altra grave malattia, soffrano. E che le condizioni stesse di stabulazione, così diverse e restrittive rispetto alla vita nautrale, siano fonte di grande disagio e sofferenza.

Oltretutto, appare chiara una contraddizione di fondo: e' risaputo che lo stress dell'animale, cosi' come anche le condizioni di stabulazione (rumore, temperatura, ciclo luce/buio, ecc.) influisicono sui risultati dell'esperimento. Eppure, gli animali continuano a essere tenuti in condizioni che causano loro grave disagio e stress: animali notturni costretti alla vita diurna, nessun riparo in cui potersi nascondere alla vista - cosa vitale, per i roditori -, isolamento o compagnia numerosa forzata. Percio', i risultati ottenuti non sono indicativi nemmeno per animali della stessa specie che vivano in condizioni naturali.

Proseguiamo poi con un tipico caso di "grande vittoria" ottenuta sui topi:

"Anche l'ultima importante scoperta compiuta nell'ambito della lotta contro la sclerosi multipla sarebbe stata impossibile senza l'utilizzo di animali da laboratorio. Parliamo della possibilità delle cellule staminali di riparare il tessuto nervoso danneggiato dalla malattia, risultato della ricerca di Gianvito Martino e Angelo Vescovi, dell'Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, pubblicata da Nature lo scorso aprile e finanziata dalla FISM. I due scienziati, lo ricordiamo, hanno infatti condotto i loro esperimenti su topi malati di encefalite allergica sperimentale (il modello animale di studio per la SM), iniettando loro via endovena cellule nervose staminali adulte per ricostruire la mielina distrutta.

Ancora più recenti i risultati di uno studio che riguarda un'altra grave malattia degenerativa, la distrofia muscolare: l'équipe del professor Giulio Cossu, sempre del San Raffaele, ha infatti dimostrato che un par ticolare tipo di cellule staminali geneticamente modificate (i mesoangioblasti), hanno potuto riparare le fibre muscolari di topi di laboratorio ammalati. In entrambi i casi non si parla ancora di terapie per l'uomo, ma di una svolta che apre nuove prospettive nella lotta contro le due malattie a partire dai prossimi cinque anni."

Da notare che prima si parla di importante scoperta che sarebbe stata impossibile senza l'uso di animali, salvo poi capire che... la scoperta, per ora, è in realtà valida solo per i topi! Si sostiene dunque l'importanza dello studio su animali per qualcosa che è attualmente valido solo sugli animali stessi. Dove sta la dimostrazione dell'utilità per l'uomo?

Il più delle volte, quel che per i topi sembrava valido risulta non esserlo per gli umani, e spesso nemmeno per i topi stessi, se non quelli di un particolare ceppo, con un particolare difetti genetico. Con grande inutile dispendio di energie e denaro.

E questo non lo affermiamo noi, lo afferma un articolo del Sole 24 ore dell'11 luglio 2003, che, in seguito ad un'intervista proprio col dott. Cossu sopra citato, riporta: "Bisognerà dunque valutare la bontà della cura su animali geneticamente differenti (perché la variabilità genetica implica una diversità di risposta) e più grandi: i muscoli di topi hanno le dimensioni di un'unghia, e nell'uomo ci sono molte più cellule da riparare; inoltre il vettore che serve per inserire nelle cellule il gene sano, il lentivirus, potrebbe essere pericoloso per l'uomo. Per i malati, purtroppo, per ora non cambia niente. Prima di poter iniziare a sperimentare sull'uomo, bisognerà continuare a studiare per almeno cinque anni, se tutto va bene - e non succede quasi mai."

Dunque, perché citare come vittoria, come scoperta utilissima effettuata grazie a topi qualcosa che invece non si sa se valga per l'uomo e probabilmente non sarà così?

E' molto facile cantar vittoria con i test su animali: si ottengono risultati grandiosi, strepitosi e pubblicizzati su tutti i giornali, salvo poi scoprire che, sì, sono grandiosi, ma valgono solo in particolari casi per un certo ceppo di una certa specie, e, dopo anni e anni, peccato, per l'uomo non servono. Ma nessuno andrà a leggere il trafiletto che dichiara fallita la tanto decantata tecnica, e ormai i soldi delle donazioni sono stati già spesi.


Note

[1] Freedman D.A., Zeisel H. (1988) Statistical Science, 3, 3-28


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