Posizione di Trenta ore per la vita in merito alla sperimentazione animale

Trenta ore per la vita, in seguito alle proteste ricevute, si è vista costretta a pubblicare sul proprio sito una risposta pubblica in merito ai loro finanziamenti a studi su animali. In pratica non fanno altro che citare alcune frasi del prof. Umberto Veronesi, che in articoli pubblicati su varie riviste e giornali nella prima metà del 2003 (ad es. su "Oggi" del 28-5-2003), difende la liceità scientifica e morale della sperimentazione su animali.

Il prof. Veronesi sostiene "eppure i test di tollerabilità di un farmaco si possono eseguire prevalentemente su esseri viventi, non su colture di tessuti in vitro". Ma, ribadiamo, che senso ha fare dei test su un organismo che è diverso da quello sotto studio? Noi vogliamo sapere che effetti collaterali ha un farmaco sull'uomo. Non sui topi. Un "modello" ha senso se è qualcosa di più semplice da studiare, da cui si eliminano delle variabili per poterne osservare solo alcune altre che siano sufficientemente vicine a quelle reali. Ma gli animali non sono più semplici, sono complessi quanto l'uomo, solo che sono diversi. E quindi, se l'amanita phalloydes - il fungo velenoso per antonomasia - non ha alcun effetto sui conigli ma ha come "effetto collaterale" la MORTE degli esseri umani che la mangiano, cosa dovremmo concludere? Che vale la pena sperimentare comunque sul coniglio, tanto per avere un organismo complesso su cui provare, o dobbiamo concludere che questi test sono del tutto inutili perché comunque finché non si è provato sull'uomo non si può dire di avere in mano alcun risultato affidabile?

Aggiunge il prof Veronesi: "ovviamente non potendo ricorrere all'uomo, (come a suo tempo suggeriva di fare lo scienziato Louis Pasteur) è giocoforza servirsi degli animali". E perché mai? Se è inutile, perché farlo, tanto per fare qualcosa?

Sul piano etico, il discorso del prof. Veronesi viene del tutto squalificato nel momento in cui afferma: "... servirsi degli animali le cui sofferenze sono ormai ridotte al minimo". Questa affermazione sulla sofferenza degli animali dovrebbe far sorgere dei dubbi anche alle persone più filo-vivisezioniste. Com'è possibile che un animale tenuto prigioniero in condizioni del tutto innaturali, fatto ammalare artificialmente, sottoposto a varie "cure" a base dei più svariati prodotti chimici allo scopo di far regredire la malattia indotta... non soffra? La risposta sembra ovvia. NON dovrebbe essere possibile affatto.


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